Psiche & Società

ROBERTO CAFISO

Cambiamento è una parola molto utilizzata nel nostro vocabolario. Il bisogno di cambiamento , pur innato, tuttavia tende ad avere una risacca ostativa fatta di abitudini consolidate, non sempre tra l’altro positive per la nostra vita.

Si pensi agli obesi, ai fumatori, agli assuntori di droghe o abusatori di alcol, sino ai giocatori d’azzardo, agli instabili ed agli ossessivi ed a tutte quelle tipologie umane per le quali sarebbe auspicabile una svolta, un nuovo modo di vivere.

Ma è più facile a dirsi che a farsi. Vediamo perché. Le motivazioni al cambiamento non sempre traggono forza dall’insopportabilità dell’attualità. Non tutti hanno toccato il fondo, che di per sé è una buona spinta  per scegliere di cambiare. Spesso il cambiamento è indotto dall’esterno, ma non è stato scelto.

Ma anche quando lo è  esso presuppone un’architettura psicologica fatta di una base teoretica e di addestramento. L’una interdipendente dall’altro. O si integrano o il cambiamento fallisce e convince chi lo ha tentato che è tutto inutile perché contro la propria natura non c’è molto da fare.  Che  da un lato vuol dire arrendersi, dall’altro’altro deresponsabilizzarsi. Gli ingredienti tipici di ogni  flop esistenziale.

Il bisogno di cambiamento parte dalla presa d’atto che nella propria vita c’è qualcosa che non va bene e che andrebbe modificata. L’analisi delle abitudini deve essere lucida e spietata, talvolta guidata dall’ esterno. Essa deve far notare aspetti che ai diretti interessati possono sfuggire, proprio perché arroccati all’interno di modi di pensare e di comportarsi fallimentari.

L’accorgersi di problemi personali specifici non deve essere considerata un dramma .Al contrario essa è il primo  solido appiglio per diversificarsi. Cambiare il modo di rapportarsi con un figlio o col partner prende spunto da rapporti incentrati su conflitti, malintesi, fughe, reazioni inconsulte e quant’altro. La presa d’atto è inequivocabile: parla di un fallimento, appunto. Ma è salvifica se ad esso si vuol contrapporre una nuova dimensione relazionale.

Dalla teoria, alla pratica. Si acquisiscono nuovi schemi di pensieri, più prossimi o compatibili con quelli dell’interlocutore ricordandosi sempre: funzionavano le mie precedenti  convinzioni ? (  la risposta è scontata ). Possono funzionare queste ? Si tratta di una modificazione cognitiva deliberata per migliorare il proprio funzionamento personale e sociale, che si aggancia a repertori di comportamento o a forme comunicative inedite, ove magari si fa fatica, ci si sente a disagio, ma che tuttavia appaiono più promettenti rispetto all’obiettivo da conseguire.

Tutto ciò presuppone un allenamento, giornaliero, perché non si cambia per miracolo. Ci si allena ad allontanarsi da modi di essere datati e nefasti e ci si approccia con difficoltà a quelli nuovi. La difficoltà è un ingrediente del cambiamento. Senza, il mutamento sarà fittizio e sciogliersi come neve al sole. Per essere autentico e duraturo esso deve intaccare le nostre convinzioni di base, i modi di pensare, il “disco rigido” della nostra teoria della mente.

Se penso che le cose devono sempre andare come io ho deciso, perché è giusto così e gli altri si devono adeguare  per lo stesso motivo   e nella vita a causa di queste convinzioni ho preso picche, non posso far finta di essere disponibile e tollerante. Perché se non sono persuaso davvero di non avere tutta la verità trasfusa in  me, appena mi distrarrò un attimo smentirò il cambiamento puntando di nuovo il dito contro tutto e tutti. Cambiare può essere uno scopo nella vita se questa è diventata poco sopportabile, ma serve metodo, umiltà ed esercizio, tutte doti che vanno curate e che sono l’essenza dello stesso divenire, senza il quale saremmo ancora ad accendere il fuoco strofinando due pietre.

 

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