Progetto Rinascita

 PROGETTO RINASCITA

 

  

PREMESSA

La Comunità Rinascita è stata fondata nel 1983 ed è la prima struttura a operare in Sicilia e tra le primissime in Italia a occuparsi di dipendenze patologiche.

Operiamo da tanti anni e abbiamo più volte cambiato il nostro modello teorico di riferimento. Partendo dalle esperienze del Day Top americano di Phoenix House di Londra con cui gemellammo all’inizio, siamo passati, negli anni, a un approccio più clinico basandoci sulle metodiche cognitivo-comportamentali e in particolare sulla R.E.B.T. di Ellis.

Rinascita lavora con un metodo che viene verificato costantemente secondo un approccio a tre punte d’intervento. Quella individuale, quella gruppale e il trattamento delle famiglie in concomitanza col percorso residenziale.

Rinascita è, inoltre, specializzata nel trattamento delle recidive e della comorbilità utilizza tecniche quali il problem solving, le abilità sociali, la confutazione delle idee irrazionali, l’espressività emozionale, l’alternativa alla risposta compulsiva e tutto ciò che costituisce l’impianto teoretico della modificazione del proprio modo di pensare e perciò di comportarsi nella vita.

La Comunità ospita non solo soggetti con problematiche tossicomaniche ma, da circa dieci anni, anche soggetti con doppia diagnosi che rappresentano circa il 70% dei residenti. Vengono inseriti, anche, soggetti con altre dipendenze patologiche quali “gad” (dipendenza da gioco d’azzardo), dipendenze da internet, etc.

ACCOGLIENZA

SERVIZIO DI ACCOGLIENZA E DI ORIENTAMENTO

L’Accoglienza è una fase che si ritiene utile e necessaria al fine di  preparare il soggetto al programma terapeutico di comunità. Essa intende aiutare l’utente a fare una scelta chiara, responsabile e consapevole nonché a rendere più solida la motivazione ad abbandonare lo stile di vita deviante e non sano. Inoltre, viene stimolato a raggiungere i prerequisiti necessari a seguire il programma.

Accettazione

 In un clima di accettazione e di empatia, il primo contatto con il tossicodipendente tende alla conoscenza della sua esperienza tossicomanica, della storia personale, nonché della motivazione a superare la dipendenza. Ciò serve a stimolare fiducia in se stesso e ad assicurare sostegno psicologico nel contesto del “progetto ” terapeutico chiaramente definito. Solo in un secondo momento vengono compilate schede anamnestiche e somministrati test di personalità (M.M.P.I., questionari).

Progetto terapeutico (colloqui)

I colloqui mirano ad approfondire la conoscenza del soggetto e a definire e/o ridefinire la richiesta di aiuto. Nel corso dei colloqui vengono date le prime prescrizioni comportamentali che riguardano il rispetto del proprio corpo. Durante questo breve periodo (sette/dieci giorni) si stabilisce parallelamente un’intesa di collaborazione con i familiari e al fine di sostenere il richiedente a ricominciare una vita più impegnata e responsabile. L’attività di seguito descritta (lavori quotidiani, gruppi) ha lo scopo di definire il contratto terapeutico e di orientare il soggetto al canale riabilitativo più idoneo. Le occasioni che favoriscono questo processo sono:

a) lavori quotidiani

Lo svolgimento di lavori consente agli operatori di approfondire il  rapporto con il giovane e di osservarne le eventuali difficoltà in un  contesto  diverso. Il soggetto viene sostenuto a riflettere sulla vita precedente e sulle inadeguatezze nonché a scoprire  le  sue  potenzialità.

b) gruppi

Il gruppo rappresenta  un’occasione  importante  per  il  soggetto che  apprende  da  questa  esperienza quali  benefici  si  traggono  dalla  comunicazione  della propria storia  personale e dal riaffiorare di sentimenti ed emozioni.  Nel confronto con gli  altri l’unità  del gruppo  (stavolta  su  basi  diverse  dalle precedenti) se da una  parte facilita  la  consapevolezza del disagio  psicologico, affettivo, emotivo e relazionale, dall’altra offre le  condizioni per chiedere sostegno psicologico. Il soggetto comincia così a scrollarsi di  dosso  le difese caratteristiche della patologia (l’arroganza, la disonestà,  la devianza…)  e  si  apre  a valori più saldi e proficui.

I gruppi  si  tengono  due  volte  la settimana: uno di verifica degli obiettivi individuali nella settimana precedente e l’altro di confronto.

Preparazione alla Comunità

Il soggetto, orientato verso la Comunità Terapeutica, continua l’attività precedentemente descritta. Viene particolarmente curata la conoscenza del programma e delle regole della vita comunitaria. La motivazione ad intraprendere l’esperienza socio riabilitativa è verificata dal raggiungimento dei seguenti prerequisiti disposti gerarchicamente e funzionalmente tra di loro:

a) rendersi conto della dequalificazione della vita precedente;

b) voglia di ridefinire la propria persona;

c) aprirsi a prospettive di valori più profondi;

d) espressione di sentimenti ed emozioni;

e) affidarsi agli altri;

f) imparare a chiedere sostegno;

g) consapevolezza ed accettazione delle proprie inadeguatezze.

Il soggetto entra in Comunità se, previa richiesta, viene ritenuto pronto a iniziare questa esperienza.

TRATTAMENTO COMUNITARIO DEI TOSSICODIPENDENTI

PREMESSA
L’esperienza sul campo ci ha consentito di non uscire a sconfiggere l’ipotesi secondo la quale il sistema familiare è una variabile di una certa rilevanza nel fenomeno tossicomanico. Pertanto, vengono coinvolti nella terapia, sin dalla prima richiesta di aiuto, i genitori del soggetto e nel caso che quest’ultimo sia coniugato, il partner.
Lo scopo è quello di rendere ottimale il loro intervento di aiuto nei confronti del soggetto, in sintonia e coerentemente alle linee terapeutiche. Successivamente, nella fase di accoglienza, la collaborazione diviene più fitta e si intrinseca attraverso il flusso di informazione tra operatori e genitori.
Questo nuovo scenario che si è venuto a creare nelle relazioni familiari, da quando il soggetto non assume più sostanze stupefacenti, facilita la creazione e il mantenimento di nuove basi nelle relazioni(in particolare tra i genitori e il figlio) che costituiscono per gli operatori un’altra area di interesse terapeutico. Quindi viene approfondita la conoscenza della personalità dei genitori con particolare riguardo alle eventuali inadeguatezze educative e relazionali mediante colloqui, questionari e test di personalità.

GRUPPO DI AUTO-AIUTO
L’equipe del Centro, consapevole delle difficoltà e del dramma che vivono le famiglie dei tossicodipendenti, attraverso il gruppo di auto-aiuto intende offrire ai genitori dei soggetti in Accoglienza e a quelli i cui figli non hanno ancora deciso di rivolgersi un’occasione di riflessione sui problemi comuni che ciascuno vive.
Il gruppo di auto-aiuto ha lo scopo di stimolare la rielaborazione

  STRUTTURA

FASE 1:       mesi 12

a) AMBIENTAMENTO:      mesi     1

b) COMUNITA’                     “      11

c) INTERFASE                      “        2

FASE 2:           VERIFICA:                    mesi     6

FASE 3:           RIENTRO:                     mesi     4

 

PROTOCOLLO TERAPEUTICO

Il programma è strutturato in tre fasi della durata complessiva di 24 mesi:

FASE 1

Dura circa 12 mesi. Essa prevede un  primo  periodo  chiamato ambientamento, 1 mese circa. Il  nuovo residente viene,  con  adeguati sostegni,  introdotto  nella dimensione comunitaria. Il  residente inizia il  lavoro  su   se  stesso  in  termini  di conoscenza delle proprie  difficoltà  attraverso  la  sperimentazione  delle stesse  nella  quotidianità  comunitaria. Un secondo periodo, gruppo, della durata di 11 mesi  circa.  Esso è finalizzato essenzialmente all’acquisizione  di nuovi  valori in riferimento  ad  un nuovo modello di vita, alla conoscenza e alla gestione di  sé,  all’acquisizione di abilità sociali e  di  modelli  soddisfacenti  ed  adeguati per  ogni  singolo residente. L’interfase ha la durata di 2 mesi circa. Il residente inizia a verificare, attraverso guidati rapporti  con  l’esterno, il grado di reale interiorizzazione delle acquisizioni  fatte  nell’ambito  comunitario. Viene anche avviato ad un’attività di volontariato.  Durante  tale  periodo il residente inizia inoltre ad avere un minimo  di  autonomia economica per  l’acquisto di  sigarette,  in  precedenza fornite dalla comunità nella misura di 10 al giorno.

FASE 2

Durata di circa 6 mesi. E’ un importante momento di verifica con  l’esterno, che si attua in una condizione di parziale  autonomia. I residenti operano  all’interno  della  Comunità,  dove assumono il ruolo di coordinatori, affiancando  gli  operatori. Possono poi uscire liberamente fino alle ore 22.30.  L’aggancio  con  la  Comunità rimane ed è funzionale ad un ulteriore lavoro del residente  su  se stesso in riferimento alla capacità di  gestirsi  in  un’ottica  di  autonomia personale.

FASE 3

Rientro. Il residente per circa 4 mesi, sperimenta in assoluta  autonomia le sue  acquisizioni e la  sua  capacità  di  vivere  e  rapportarsi  agli  altri. Si ricercano inoltre  canali  privilegiati per  l’inserimento lavorativo in riferimento al grado di professionalizzazione  dello stesso e delle capacità soggettive.

FOLLOW-UP

Follow-up   diacronico  per  circa  due  anni  dalla  conclusione  del  programma. I residenti vengono contattati  per  verificare  gli  obiettivi  raggiunti. Ogni passaggio di fase è preceduto da un periodo di “TIME OUT”. Esso varia da tre   a dieci giorni a seconda della fase a cui si accede. Il residente in una situazione di temporanea “sospensione”, lavora da solo, interagisce col gruppo solamente nei momenti dei pasti e del dopo cena, opera una intensa riflessione su se stesso e sulle sue acquisizioni. Rispetto al protocollo del programma, la durata dei tempi definitivi è     ovviamente   indicativa, in quanto ogni residente è un individuo a sé con le sue    difficoltà, le sue problematiche e soprattutto con i suoi specifici tempi di crescita.

 LA TERAPIA IN COMUNITA’

La Comunità terapeutica ha come obiettivo dell’intervento la persona con il suo disagio. Focalizzarsi sulla tematica droga sarebbe riduttivo e poco utile nella strutturazione di nuovi sistemi di riferimento. In comunità pertanto si parlerà dell’esperienza tossicomanica non in senso di colpevolezza ma in modo occasionale per fare rilevare al residente che, in mancanza di strumenti cognitivi e comportamentali adeguati, s’è visto costretto all’uso compensativo della sostanza. Visto che ragionevolmente l’uso dello stupefacente è inopportuno e dannoso e produce tutta una serie di conseguenze sul piano psichico e fisico è possibile affermare che è raro scegliere di drogarsi. Viceversa la persona deve tendere ad una scelta e quindi trovarsi nella possibilità e nella condizione di avere più di una alternativa. I principi basilari di una comunità terapeutica sono, nelle linee generali, condivise un pò da tutti i programmi, “Rinascita” compresa:

-         infondere fiducia in se stessi

-         creare un sentimento d’insieme ed una dimensione affettiva facilitante  il   cambiamento

-         alimentare l’altruismo secondo il criterio in base al quale l’amare è più  arricchente   che l’essere amato

-         addestrare alla socializzazione (abilità sociali)

-         esaminare situazioni d’origine (familiari)

-         ritrovare un’identificazione

Il programma terapeutico più specifico concerne i seguenti punti:

a)       revisione critica del proprio fallimento

b)       revisione critica dei propri sistemi di riferimento

c)       identificazione di una proposta alternativa al proprio agito

d)       tolleranza alle frustrazioni

e)       confutazione delle idee irrazionali

f)        sperimentazioni di abilità sociali e emozionali

g)       monitoraggio dei pensieri disturbanti degli impulsi, degli stati d’animo che

possono distogliere dagli obiettivi.

LA SPIRALE

I precedenti punti costituiscono il percorso terapeutico del gruppo e della persona e focalizzano, come si nota, il versante cognitivo e quello emotivo. Il prerequisito è un addestramento all’introspezione e all’analisi critica dei propri pensieri. Il soggetto è abituato alla confabulazione e alle fantasticherie che sovente alzano il livello d’ansia e di depressione. Il soggetto inoltre arriva rapidamente ad auto svalutazioni che, come in un circolo vizioso, rafforzano l’uso della sostanza: “Non valgo – “mi drogo” – non valgo…”.

BELIEF SYSTEM

Uno dei punti basilari del trattamento è quello di dimostrare come tutti gli eventi siano neutri di per sé, ovvero la maggior parte di essi, e come la reazione emotiva e/o comportamentale non è conseguenza diretta dell’evento ma del nostro modo di pensare. Non è alla portata individuale cambiare gli eventi e comunque non è un obiettivo prioritario. Per modificare reazioni emotive e/o comportamentali è necessario modificare i propri sistemi di riferimento, cioè i propri pensieri al fine di inserirli in una prospettiva più vantaggiosa per il benessere personale. Molti disagi sono provocati dalla incapacità dell’individuo di sapere esprimere adeguatamente se stesso nel contesto sociale.

ABILITA’ SOCIALI

L’apprendimento di nuove abilità sociali, in un atteggiamento di assertività, è in grado di auto-rinforzare l’individuo (e indirettamente sottrarlo alla dipendenza affettiva) e sottrarlo sensibilmente alle frustrazioni derivanti da un porsi in maniera sostanzialmente non adeguata alle circostanze. Assertività e abilità sociali spingono un individuo ad esprimere se stesso senza il timore di essere giudicato, ad esser chiaro, ad autolegittimare il proprio comportamento espresso nella maniera più consona alla situazione. In questo quadro rientra anche la ricerca della dimensione affettivo-emotiva più idonea alla persona. Saper esprimere sentimenti, emozioni, saper ridere sinceramente o piangere accettare un momento depressivo o un’eccitazione di gioia significa saper vincere con se stessi . Saper chiedere aiuto, ammettere una propria debolezza vuol dire manifestare un livello di accettazione si sé e degli altri (sulla base di similitudini tra individui).

TOLLERANZA ALLE FRUSTRAZIONI

Un’attenzione a parte merita l’addestramento alla tolleranza delle frustrazioni. Per quanto l’individuo sia competente socialmente, abile dal punto di vista comportamentale, può verificarsi ugualmente un insuccesso, una ingiustizia, il dover insomma subire un evento non preventivato. La frustrazione accompagna la vita dell’uomo e al di là di ogni cosa ci si deve abituare a temprarsi di fronte ad essa. L’addestramento diventa fondamentale. Esso consiste nell’esercitarsi ad affrontare situazioni indesiderate, lavorando sul piano cognitivo per controllare il momento emotivo (che dipende dal soggetto) e quindi la sua reazione. Alla vecchia soluzione di fuga e rabbia, vengono proposte in alternativa l’adattamento, l’accettazione e l’evitamento della generalizzazione di quell’esperienza negativa su una valutazione generale dell’individuo. L’isolamento dell’evento frustrante (“Ho fallito, ma non sono un fallito in tutto ciò che faccio”) aiuta ad una rielaborazione più realistica dell’evento, privo di caratteristiche patogene quali: drammatizzazione, assolutizzazione, ineluttabilità di eventi similari a catena.

IDEE IRRAZIONALI

Proprio il lavoro sulle idee irrazionali ha uno spazio nel trattamento durante la prima fase, interfase e seconda fase. Tutti noi impariamo, per pressione di un cultura socialmente condivisa, ad essere ben pensanti prima ancora di saper pensare (La Barre) ed elaboriamo tutta una serie di aspettative su noi stessi (modelli familiari o peggio solo proposte) irrealistiche ed obiettivi non necessari o che non servono immediatamente a noi, ma all’idea che di noi ci siamo fatti e che riteniamo gli altri abbiano. Se falliamo questi obiettivi siamo dei falliti e ci deprimiamo. La droga può essere ad esempio una soluzione. Se viceversa elaboriamo una scala di obiettivi più verosimili alla nostra portata, impariamo a conoscere i nostri tempi di realizzazione e ci rapportiamo solo con essi (e non con i tempi altrui) potremo più semplicemente arrivare ad un’autonomia di giudizio e alla soddisfazione dei nostri bisogni.

Le idee irrazionali (Ellis) più comuni sono:

a)       una persona necessita dell’approvazione degli altri o almeno delle persone più  importanti del proprio ambiente;

b)       una persona deve essere sempre pienamente competente e sotto controllo, viceversa è un  fallimento  (o un guaio)  sul piano  del valore intrinseco;

c)       è terribile ed inaccettabile che le cose non vadano come  io desidererei che andassero;

d)       che l’infelicità mia o di altri abbia cause esterne e che le  persone (io) non hanno alcuna capacità  di  controllare emozioni,  fastidi, reazioni;

e)       che è più facile evitare che affrontare certe difficoltà dell’esistenza o certe responsabilità;

f)        che una persona debba dipendere da qualcuno più forte di lei, sul quale fare affidamento;

g)       che la storia passata di una persona sia  un  fattore   determinante per il suo comportamento presente e futuro e  che   è  perciò  inevitabile ripetere taluni errori a causa di  questi  “solchi” incolmabili.

Anche la confutazione  di tali idee o modi di pensare richiede esercizio, verifica e sperimentazione. “Rinascita” addestra i residenti che hanno particolari difficoltà ad esaminare realisticamente questi o altri pensieri a questi secondari, ad un’analisi anche scritta di un pensiero e alla sua o meno dimostrabilità e quindi alla sua falsificabilità.

L’OPERATORE UN FACILITATORE

E’ ovvio che tali operazioni devono prevedere l’iniziale clima di fiducia da parte del residente nei confronti dell’operatore. L’operatore deve attuare o deve saper attuare ciò che propone al residente, viceversa il modello non è credibile. L’operatore non deve proporre soluzioni non ancora alla portata del soggetto e deve perciò allestire proposte a breve termine, viceversa il modello non è percorribile dal residente. Il clima emotivo del gruppo, la sua gestione e la sua permeabilità favoriscono il processo di cambiamento. L’isolamento del giovane rispetto alla realtà esterna e alle proposte contraddittorie caoticamente effettuate, aiuta quest’esame di se stessi e del mondo, riducendo le variabili di disturbo non controllabili durante i trattamenti ambulatoriali. E’ questo un motivo in più del perché la comunità residenziale offre il clima più favorevole alla modifica dei comportamenti e prima ancora dei modi di pensare.

GRUPPO DI TIPO PRIMARIO

Il lavoro così articolato e sintetizzato non può prevedere, come è ovvio, un folto gruppo. Un gruppo troppo numeroso trascurerebbe molti particolari dei singoli, che sono fondamentali spie del sistema dei valori di ognuno. Ecco perché questo modello pare funzioni in modo elettivo con un massimo di 15/20 residenti per struttura e almeno quattro operatori più un responsabile del trattamento e della coesione interna dello staff. Il supervisore, ovviamente, non è inserito nei turni ma deve conoscere giornalmente la realtà dei singoli, così da mantenere un livello di conoscenza operativa massiccia, pur non essendo coinvolto nella dinamica giornaliera del funzionamento della struttura, proprio per poterne evidenziare i momenti di revisione e di messa in discussione.

ATTIVITA’ LAVORATIVA

Il lavoro in Comunità non rappresenta un momento a se stante del programma ma è parte integrante della terapia stessa e prevede un graduale processo di responsabilizzazione del residente che inizia dal gradino più basso della “gerarchia” per raggiungere, funzionalmente al suo personale lavoro di crescita, ruoli e posizioni sempre più elevati nell’ambito comunitario. In Comunità la gestione della casa è affidata agli stessi residenti ed il lavoro è organizzato in “dipartimenti” le cui competenze vengono fissate a secondo del numero dei residenti e delle possibilità ambientali. Una organizzazione tipo è rappresentata dalla costituzione dei seguenti dipartimenti: Cucina – Pulizia casa – Lavanderia – Manutenzione Giardino. Ogni dipartimento è composto da una squadra di 3-4 persone (la portata della squadra varia relativamente al numero dei residenti della comunità stessa) ed ha come responsabile un residente che per “meriti personali di crescita” ha raggiunto il ruolo di capo-dipartimento (C/D).

MOMENTI TERAPEUTICI E DI VERIFICA

Le occasioni terapeutiche vengono fissate in alcuni momenti di terapia ufficializzata quali:

COME STAI

E’ un momento terapeutico  mattutino  condotto  dall’operatore,  nel  corso del  quale  ciascun   residente  fa  riferimento al suo stato  d’animo,  esprime  le  sue  difficoltà  e riceve indicazioni e  obiettivi rispetto ad esso a breve scadenza.  Essi, peraltro, vengono poi verificati a fine giornata in un altro momento di gruppo ed  eventualmente riproposti nei giorni successivi. Il residente annota tali indicazioni sul suo quaderno personale  per  avere  un promemoria terapeutico e  per consentire  all’operatore  di avere una  verifica  su quanto da lui proposto.

GRUPPO DI CONFRONTO

Il residente formula richiesta di confronto, su un apposito stampato,   con  un  altro  residente  per  difficoltà  con  lo stesso o con l’intero gruppo  per un  confronto-aiuto  sulle difficoltà del momento.

GRUPPO EMOZIONALE

Il residente formula una richiesta su un apposito  modello relativa  ad   un  bisogno  o un vissuto  emozionale  nei confronti di un altro residente  o del gruppo. E’ una occasione di addestramento alla   permeabilità  affettiva e alla espressività dei modulati intimi.

STAFF

Per avere uno staff di operatori che sia coeso e che funzioni terapeuticamente occorre non solo che questo venga selezionato in base a criteri di professionalità, di motivazione e di etica personale, ma anche che venga seguito e curato sia a livello di singole individualità sia a livello di gruppo. Il dover trattare quotidianamente dinamiche individuali e interpersonali comporta, in ciascuno operatore, il riaffiorare di tematiche legate sia al proprio vissuto sia all’interazione con gli altri operatori. Queste tematiche, se non vengono affrontate e gestite in modo funzionale, possono costituire ostacolo nell’operare quotidiano dello staff, appannando il modello di cambiamento che lo stesso rappresenta per i residenti.

Altro requisito indispensabile dello staff e l’unitarietà di intenti nell’intervento. Un intervento approssimativo o peggio contraddittorio da parte di un operatore, sarebbe destabilizzante per il residente e incoerente per lo staff che apparirebbe precario, quindi perderebbe della sua significatività. Occorre, perciò che le informazioni vengano trasfuse in maniera uniforme, chiara e capillare sia attraverso il verbale di giornata sia attraverso uno scambio di impressioni al momento del passaggio delle consegne. Inoltre, la riunione del gruppo-staff, oltre ad essere funzionale alla chiarificazione di dinamiche all’interno e all’esterno dell’attività lavorativa da parte degli operatori, consente di analizzare in gruppo i singoli casi e stabilire in maniera univoca una modalità comune d’intervento.

L’interscambio fra gli operatori e la supervisione del coordinatore della terapia riducono, pertanto, parecchio gli eventuali individualismi.

GIORNATA TIPO IN COMUNITA’

ore 07.00                          Sveglia

ore 07.30                          Colazione

ore 08.00                          Lavori pulizia casa

ore 08.20                          “Come stai”

ore 08.55                          Inizio lavori dipartimentali

ore 12.50                          Fine lavori mattina

ore 13.10                          Pranzo

ore 13.50-14.50               Pausa

ore 15.00                          Ripresa lavori dipartimentali

ore 16.50                          Fine lavori

ore 17.15                           Merenda

ore 17.30                          Docce – Lavori di manutenzione casa

ore 19.00                          Verifica

ore 19.15                           Pausa

ore 20.00                          Telegiornale

ore 20.30                          Cena

ore 21.15                           Pulizia cucina

ore 21.40                           Pausa

ore 23.00                          Fine giornata

 

Settimanalmente sono previste anche specifiche attività:

ginnastica – lezioni di cultura generale – seminari su argomenti e temi proposti dagli stessi residenti, attività culturali, incontri con esterni in gruppo o con singoli.

 

FILOSOFIA  (IL SENSO DELL’ESPERIENZA COMUNITARIA) 

 

          Siamo qui perché non esiste un rifugio definitivo da noi stessi.

          Fino a quando non ci confrontiamo negli occhi e nei cuori degli altri continueremo a fuggire da noi stessi.

          Fino a quando ci rifiutiamo di svelare i nostri  segreti non possiamo aspettarci nessuna sicurezza dagli altri.

          Se ci lasciamo vincere dalla paura di conoscere noi stessi non possiamo mai conoscere gli altri.

          Dove se non nelle nostre comuni affinità, possiamo specchiarci come in noi stessi.

          Alla fine potremo sentirci chiari non come i giganti dei nostri sogni né come i fantasmi delle nostre paure ma come persone parte del tutto con uno scopo nei nostri propositi.

          Qui insieme possiamo maturare e crescere non da soli come nella morte, ma crescendo in noi stessi e negli altri.

 

REGOLAMENTO COMUNITARIO

Il programma terapeutico è strutturato in tre fasi:            FASE 1,  FASE 2,  FASE 3.

Fase 1 prevede un periodo di AMBIENTAMENTO che dura 7 giorni, un secondo INIZIAZIONE della durata di un mese, un terzo periodo GRUPPO e un quarto periodo infine chiamato INTERFASE. Al momento dell’ingresso in Comunità, il residente perde tutti i suoi effetti personali (soldi, documenti, ecc.) e viene immediatamente informato dal capo dipartimento a cui è affidato, sulle regole, sugli orari e sulla organizzazione lavorativa e gerarchica della comunità. Particolare risalto viene dato, nell’informare il nuovo entrato, a due regole fondamentali della comunità, la violazione delle quali può prevedere l’immediata espulsione dalla struttura: divieto di ogni tipo di violenza fisica e divieto assoluto di rapporti sessuali all’interno della struttura. Al nuovo residente vengono fornite le sigarette nella misura di 10 al giorno; solo in interfase, momento in cui inizierà a percepire una somma settimanale, l’acquisto delle sigarette saranno parzialmente a carico del residente stesso. Fino all’ingresso nella FASE DI GRUPPO, il residente non ha alcun contatto con l’esterno: solo successivamente a tale posizione, acquisita dopo un mese dl suo ingresso in comunità, il residente esce una volta la settimana in gruppo. Quindi successivamente all’acquisizione del ruolo di anziano (metà circa della fase di GRUPPO) il residente esce insieme con gli altri anziani e con un residente di 2ª fase responsabile dell’uscita, anche il sabato pomeriggio. Quando il residente si trova in interfase, oltre all’uscita del sabato che effettua da solo, se ne aggiunge un’altra infrasettimanale della durata di 2 ore; rimane di gruppo l’uscita della domenica.

Solo nella seconda fase il residente può uscire liberamente fino alle 22.00; questo orario di rientro viene raggiunto gradualmente (21.30-22.00-22.30) attraverso richiesta allo staff. Anche i contatti epistolari avvengono, per tutta la prima fase del programma, in momenti istituzionalizzati (presente l’operatore vengono lette in gruppo sia le lettere in arrivo che quelle in partenza) e solo dopo una selezione da parte dello staff. Anche i contatti telefonici con i familiari avvengono, in una prima fase, in presenza dell’operatore e nel momento in cui lo staff valuta che il residente è terapeuticamente pronto a ripristinare un dialogo significativo con le figure parentali.  In interfase, invece,  il residente può solo ricevere telefonate, presente l’operatore, due volte la settimana, in orari stabiliti, da parte dei familiari.

In seconda fase il residente può liberamente effettuare telefonate, ma deve segnalarle su un apposito registro specificando l’ora e il destinatario e riferirle allo staff (attraverso il diario quotidiano che presenta agli operatori e dove relaziona tutto ciò che riguarda le uscite e i suoi contatti più generali con l’esterno). L’incontro con i familiari avviene per la prima volta all’interno della comunità nel corso della VISITA GENITORI, momento istituzionalizzato con cadenza mensile, dopo due mesi dall’ingresso del residente in comunità. Successivamente al ruolo di “anziano” e attraverso richiesta scritta, il residente potrà oltre al momento comunitario, incontrarsi con i familiari all’esterno della struttura per la durata del pranzo. Solo in seconda fase sono previste due verifiche a casa della durata di 5 giorni la prima che avviene generalmente dopo 3 mesi dall’ingresso in fase 2 e di 10 giorni la seconda (un mese prima circa il passaggio in fase 3). I documenti e gli altri effetti personali vengono “riconquistati” dal residente in parallelo al suo personale cammino di crescita. Per ciò che riguarda la gestione economica, il residente comincerà in interfase a percepire la somma di € 10,00, quindi in seconda fase percepirà una paga settimanale di € 15,00 per le sue spese personali e solo in fase 3 avrà una gestione economica autonoma. Ruoli, posizioni, privilegi vengono richiesti per iscritto allo staff che li concede o meno, sempre in stretta relazione al lavoro terapeutico personale svolto dal residente

INTERVENTI RIVOLTI ALLE FAMIGLIE

Dipendenze patologiche in generale e sulle tossicodipendenze in  particolare

 Premessa

L’esperienza sul campo ci ha consentito di confermare l’ipotesi secondo la quale il sistema familiare è una variabile di una certa rilevanza nel fenomeno delle dipendenze patologiche in generale e nelle tossicodipendenze in particolare. Pertanto, vengono coinvolti nella terapia, sin dalla prima richiesta di aiuto, i genitori del soggetto e, nel caso che quest’ultimo sia coniugato, il partner. Lo scopo è quello di rendere ottimale il loro intervento di aiuto nei confronti del soggetto, in sintonia e coerentemente alle linee terapeutiche. Successivamente, nella fase di Accoglienza, la collaborazione diviene più fitta e si estrinseca attraverso un flusso di informazioni tra operatori e genitori. Il nuovo clima che si è stabilito nelle relazioni familiari, facilita la creazione e il mantenimento di nuove basi nelle relazioni (in particolare tra i genitori e il figlio) che costituiscono per gli operatori un’altra area d’intervento terapeutico. Inoltre, viene approfondita la conoscenza della personalità dei genitori con particolare riguardo alle eventuali inadeguatezze educative e relazionali mediante colloqui, questionari e test di personalità.

GRUPPO DI AUTOAIUTO

L’Equipe dell’Associazione consapevole delle difficoltà e del dramma che vivono le famiglie dei soggetti con dipendenze patologiche, attraverso il gruppo di auto-aiuto intende offrire ai genitori dei soggetti in Accoglienza e a quelli i cui figli non hanno ancora deciso di chiedere aiuto, un’occasione di riflessione sui problemi comuni che ciascuno vive. Il gruppo di auto-aiuto ha lo scopo di stimolare la rielaborazione dell’esperienza con il figlio con problematiche di dipendenza patologica e di sostenere psicologicamente quei genitori che hanno la necessità di riorganizzare le loro energie per sollecitare la richiesta di aiuto da parte del figlio. L’aiuto vicendevole che i componenti del gruppo imparano a dare e la consapevolezza di non essere più soli, offrono ai familiari la possibilità di uscire dallo smarrimento, dal disorientamento, dalla solitudine e dall’impotenza nei confronti del problema. Il gruppo di auto-aiuto si riunisce una volta la settimana.

TERAPIA DELLE FAMIGLIE

 Quando il soggetto inizia il programma terapeutico, i genitori sono invitati a seguire la terapia delle famiglie mediante la partecipazione ai gruppi che si tengono sia a Siracusa che nelle sedi dei Centri che hanno inviato da altre città i nostri utenti. Inoltre, mensilmente viene offerto alle famiglie un ulteriore stimolo alla crescita attraverso training mirati ad una migliore gestione di se stessi e delle relazioni interpersonali (assertività, abilità sociali, etc.) e attività seminariali che hanno lo scopo di far conoscere più approfonditamente la terapia dei residenti nonché di rafforzare la motivazione al percorso  terapeutico personale. Ai genitori viene consegnata una guida per fare loro conoscere il programma di terapia delle famiglie e facilitare il perseguimento di obiettivi inerenti la crescita nella dimensione personale, di partner e di educatore. La finalità è quella di tentare di promuovere una esperienza di cambiamento parallelamente a quella del figlio. La comunanza e l’affinità delle esperienze, l’atteggiamento di umiltà e di ascolto, in un clima di solidarietà, facilitano la comunicazione del vissuto nonché delle difficoltà incontrate, non ultime quelle intrise di sofferenza e di disagio, riguardante il difficile rapporto con il figlio. Così i vari problemi liberi, da facili ma inutili colpevolizzazioni e vittimismi di maniera, si prestano ad essere analizzati più serenamente. In conclusione la terapia delle famiglie vuole essere un’esperienza di crescita, di consapevolezza e gestione dei vari ruoli della persona all’interno del sistema familiare.

TERAPIA DEGLI ALCOLISTI E DELLE LORO FAMIGLIE

La terapia  si concretizza nella partecipazione a gruppi settimanali di alcolisti e delle loro famiglie. Il soggetto viene stimolato e guidato al cambiamento dello stile di vita e dei pensieri disfunzionali al benessere psicologico (emotivo, affettivo e relazionale). La terapia ha una durata che varia dai tre a cinque anni. La conclusione del programma, su richiesta dell’interessato, viene discussa dal gruppo e deve avere l’assenso dell’operatore. Periodicamente vengono tenuti dei seminari da uno psicologo, supervisore della terapia, con l’obiettivo di stimolare percorsi di crescita personale e di coppia e di approfondire tematiche emerse dalla discussione nel gruppo riguardanti aspetti terapeutici, pedagogici e di relazione. La partecipazione al gruppo di terapia è preceduta da alcuni colloqui e da una breve fase di Accoglienza che è mirata a consolidare la motivazione ad uscire dalla dipendenza alcolica.

REGOLE

Il senso delle regole è quello di promuovere nel soggetto il rispetto di se stesso e degli altri nonché quello di stimolarlo ed aiutarlo all’assunzione di responsabilità, impegno, costanza ed applicazione. Esse sono:

-       astinenza assoluta;

-       partecipazione puntuale e costante ai gruppi e alle attività ad esso connesse. In caso di indisposizione per motivi validi, bisogna avvertire l’operatore;

-       destinatario del trattamento è il nucleo familiare;

-       onestà e sincerità;

-       i partecipanti al gruppo sono tenuti al rispetto della riservatezza;

-       l’alcolista deve assumere quotidianamente l’antabuse o l’etiltox fin quando il gruppo lo riterrà necessario;

-        il controllo dell’alcolemia potrà essere richiesto in qualsiasi momento dall’operatore.

ATTIVITA’ DI PREVENZIONE PRIMARIA E SECONDARIA RIVOLTE AD ADOLESCENTI, FAMIGLIE ED EDUCATORI

L’Associazione, da sempre, ritiene di non secondaria importanza occuparsi di  Prevenzione del disagio adolescenziale in generale e delle dipendenze patologiche in particolare.

Prevenzione primaria.

Uno dei segmenti operativi riguarda interventi di sensibilizzazione e di formazione di docenti e genitori su tematiche educative ed in particolare sugli indicatori del disagio giovanile, sulla prevenzione  delle varie manifestazioni della sofferenza psicologica e delle devianze. L’attività è anche rivolta alla fascia di adolescenti 14-20 anni. Vengono proposti ai vari gruppi-classe seminari ed incontri sulla crescita personale e sull’acquisizione di “life skill”.

Prevenzione secondaria.

L’associazione realizza progetti sulla prevenzione del disagio adolescenziale rivolti ad adolescenti a rischio nelle scuole e a soggetti  assuntori di sostanze stupefacenti nella fase iniziale. Iniziative sulla prevenzione secondaria riguardano, inoltre, i genitori di soggetti a rischio e si concretizzano in gruppi di auto aiuto mirati ad individuare le strategie per sollecitare nel figlio la richiesta di aiuto e dare e ricevere aiuto, con la guida di uno psicologo esperto nel settore.

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2 to “Progetto Rinascita”


  1. Milan scrive:

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  2. Stefania scrive:

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